IL GALLOITALICO DI SICILIA
http://www.iti-itas.com/galloitalico/
Segnaliamo all'attenzione dei nostri soci il sito
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dove si possono trovare interessanti articoli sull'origine e la diffusione del gallo romanzo in Sicilia.
Riportiamo qui uno stralcio sulla diffusione di questa lingua padana:
AREA DI DIFFUSIONE
All'interno del pur ricco e variegato panorama dei dialetti siciliani si distinguono
per caratteristiche prevalentemente fonetiche, ma anche morfologiche e lessicali,
un gruppo di dialetti che gli studiosi hanno definito isole alloglotte o allogene,
per differenziarli in maniera netta dalla grande famiglia dei dialetti meridionali
a cui appartengono le parlate siciliane.
La denominazione "galloitalico" ce ne precisa l'area di appartenenza,
la stessa della maggioranza dei dialetti settentrionali. La presenza di parlate
settentrionali nel cuore della Sicilia si spiega con la deduzione di coloni
provenienti dal Nord Italia, Piemonte, Lombardia, Emilia, da parte dei Normanni
conquistatori della Sicilia, a partire dall'XI secolo (l'arrivo di coloni è
testimoniato ancora nel 1237, in un diploma di quell'anno riportato dal Falzello
- P.L.Vasi, Archivio storico siciliano, vol.VI.- si legge che Federico II, concesse
di recarsi in Sicilia a delle moltitudini di Emiliani colpiti dalle inondazioni).
è di obbligo completare la definizione in "galloitalici di Sicilia",
perché il galloitalico originario qui ha subito processi di confronto,
cedimento, adeguamento o simbiosi con il siciliano prevalente, dando vita a
dialetti che si distinguono dal resto dei siciliani per una diversa articolazione
fonetica, in alcuni casi morfologica, ma che ha perso, forse molto presto, buona
parte del patrimonio lessicale. L'articolazione fonetica invece è ancora
oggi tanto marcata che il galloitalico parla anche l'italiano in modo notevolmente
diverso dal resto dei siciliani e da sempre si sente ripetere "Da come
parli non sembri un siciliano...".
I centri dove il gallo-italico è parlato, o dove è possibile
ancora identificarne le tracce nella fonetica e nel lessico, sono distribuite
nellentroterra delle province di Messina, Siracusa e Catania e soprattutto
nella provincia interna per eccellenza, Enna; come si può vedere tutti
i centri sono posizionati in quella zona che separava gli arabi della costa
orientale dagli altri del centro e della costa occidentale.
Abbiamo così:
in provincia di Messina: San Fratello, Acquedolci, San Piero Patti, Montalbano
Elicona, Novara di Sicilia, Fondachelli-Fantina;
in provincia di Enna: Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina e Aidone;
Rilevanti tracce galloitaliche si trovano anche nelle parlate, di:
Roccella Valdemone, S. Domenica Vittoria, Francavilla in provincia di Messina;
in provincia di Catania: Randazzo, Bronte e Maletto sul versante nordoccidentale
dellEtna; Caltagirone, Mirabella Imbàccari e, in misura minore,
S.Michele di Ganzaria,a sud;
in provincia di Siracusa: Ferla, Buccheri, Càssaro
Valguarnera Caropepe, in provincia di Enna;
Corleone, in provincia di Palermo.
Ancora nel Sud colonie galloitaliche si trovano anche in Basilicata dove il
galloitalico è parlato in due distinte aree linguistiche, entrambe in
provincia di Potenza: la prima comprende i comuni di Picerno, Tito; la seconda
i centri di Trecchina, Rivello, Nèmoli e San Costantino.
In un documento sottoscritto, il 29 gennaio 2000, dalle Amministrazioni Comunali
dei centri galloitalici di Sicilia, d'intesa con l'Università di Catania,
la Società Italiana di Glottologia e il Centro Internazionale sul Plurilinguismo,
per esprimere la propria protesta nei confronti della mancata inclusione delle
parlate galloitaliche della Sicilia, nella legge N. 482/99 , contenente norme
in materia di tutela della minoranze linguistiche storiche, si legge:
-"che attualmente lidioma galloitalico è adoperato da una
popolazione che supera le 60.000 unità e che negli ultimi decenni la
consapevolezza della identità linguistica delle Comunità in oggetto,
da sempre manifestata nellorgoglio per la propria parlata e per le proprie
tradizioni, è diventata sempre più forte e ha dato luogo ad una
fiorente produzione letteraria;
che le parlate galloitaliche della Sicilia, dal punto di vista storico
conservano la fase antica delle parlate italiane settentrionali da cui hanno
avuto origine e che per i rapporti di chiusura o di apertura nei confronti del
siciliano dellarea circostante rappresentano un terreno fertile di osservazione
per lo studio dei contatti interlinguistici;.....
che la specificità e lalterità di tali parlate sono
state riconosciute dagli studiosi italiani e stranieri di contatto linguistico,
dai sociolinguisti e dai linguisti generali, ...."
Il documento testimonia l'importanza del fenomeno da una parte, e, dall'altra,
l'indifferenza degli organi preposti alla sua tutela che in Sicilia hanno ritenuto
meritevole di tutela solo le parlate greco-albanesi, che pure contano un numero
molto più piccolo di parlanti.
Grazie all'Università di Catania e all'opera infaticabile di studiosi
e appassionati questo patrimonio si sta conservando o addirittura recuperando,
ma è un'opera immane che si scontra contro il naturale evolversi della
lingua che si adegua più alle esigenze contingenti che alle urgenze culturali.
CONSERVAZIONE
Rispetto a quest'ultima affermazione dobbiamo evidenziare il modo diverso in
cui i parlanti dei vari centri si sono posti nei confronti del galloitalico:
ad Aidone e a Piazza Armerina già alla fine dell'Ottocento si registrava
la sua marginalizzazione all'uso in ambienti familiari e rurali; aidonesi e
piazzesi percepivano il loro linguaggio come arcaico e incomprensibile agli
estranei, ai forestieri che li definivano sprezzantemente "i francisi".
La forma vernacolare, conservata nei documenti scritti (soprattutto composizioni
poetiche dellinizio del Novecento) e nelluso attuale di pochi parlanti,
aveva già subìto limpoverimento morfologico e lessicale,
a favore del siciliano, e mantenuto più a lungo gli esiti fonetici. Allinizio
del secolo, nel 1902, A.Ranfaldi, un intellettuale aidonese, scriveva in un
sonetto: "A ddinga chogn giurn us a vrsùra,/ Nan eia
com a cudda ctatìna " (la lingua che ogni giorno uso in campagna,
non è come quella cittadina), testimoniando di fatto una situazione di
bilinguismo che ancora perdura: il vernacolo parlato in ambienti familiari e
rurali e il "siciliano" riservato alla piazza e ai forestieri. Oggi
naturalmente la situazione si è sempre più deteriorata, i parlanti
spontanei sono ormai rarissimi, buona parte della popolazione ne ha una competenza
passiva; è sempre più difficile trovare interlocutori validi per
una ricerca sistematica, in ogni caso quello che viene fatto è un lavoro
di scavo linguistico con tutti i rischi di manipolazione da parte di chi consapevolmente
testimonia su qualcosa di estinto e sepolto da decenni.
Diversa la situazione a Nicosia, Sperlinga, San Fratello e Novara di Sicilia
e nelle varie frazioni, dove, seppur con diversa sfumature, il galloitalico
è sentito come elemento di identità cittadina, parlato in tutti
gli strati sociali, amato, coccolato e orgogliosamente sfoggiato. Certamente
su questo atteggiamento estremamente positivo ha giocato molto la relativa vicinanza
tra di loro di questi centri che ne ha fatto quasi un enclave in cui ciascuno
riconosceva nel vicino un proprio simile rispetto al resto dei siciliani; è
nata dunque la consapevolezza della lingua come elemento di coesione ed identità
da una parte e di distanza e diversità dall'altra, che li ha spinti a
proteggere e conservare piuttosto che ad aprirsi e a cedere. Il bilinguismo
è presente anche in questi paesi, oggi più che con il siciliano
con l'italiano, ma la "seconda lingua" è riservata ai forestieri,
mentre tra paesani veri e propri e paesani galloitalici si predilige la "lingua
madre".
PECULIARITA' DEL GALLO ITALICO DI SICILIA
Abbiamo detto che il fattore fondamentale di differenziazione è costituito
dalla fonetica e da essa traiamo infatti gli esempi sotto riportati, che non
vogliono essere esaurienti a tracciare un quadro della specificità di
questi dialetti, ma a darcene un'idea complessiva.
Lelemento che di primo acchito salta allorecchio è la presenza
della mutola, di questa vocale indistinta, quasi muta, ma della quale percepisci
lo spazio e l'intensità. Fin dallantichità gli scrittori
di cose in dialetto, lhanno resa con un apostrofo, e quando era in fine
di parola lasciavano lo spazio vuoto, i linguisti gli hanno preferito lo shwa
ed ora addirittura la < e >, creando in effetti un po' di confusione tra
i non addetti ai lavori. La frequenza della mutola in fine di parola, che nellaidonese
diviene costanza, fa sembrare le parole tronche e letimologia popolare
da sempre ne ha attribuito lorigine al francese. Gli esempi sono infiniti,
basta leggere i testi che qui presentiamo, la tabella di confronto e la traduzione
della favola, la raccolta di proverbi aidonesi e piazzesi; questo è ancor
più vero nell'aidonese dove si può dire che non esista parola
che non presenti almeno almeno una mutola, altre invece ne presentano un numero
tale da rendere la parola scritta quasi illeggibile, un esempio per tutti: z'r'mingh'
,la cicatricola dell'uovo ( dal lat. germinem ).
Un' altra caratteristica è costituita dal troncamento dell'infinito verbale
che fa tanto "francese" il galloitalico; la forma dell' infinito dei
verbi è sempre e comunque tronca, si va dalle varianti dell'aidonese
che ha mangè / mangèr' e poi part'r e vinn'r , al piazzese mangè
e part'r e al nicosiano e sperlinghese: ddurdiè, iarmè, r'spondö
, fë (sporcare, apparecchiare, rispondere, fare)
Un fenomeno molto importante che ha interessato tutti i dialetti galloitalici,
come conseguenza della contiguità con il siciliano, in un perenne rapporto
di amore odio, è quello dell'ipercorrettismo che si manifesta in due
maniere opposte: come esagerato adeguamento alla lingua dominante o come difesa
ad oltranza.
- come ipersicilianismo, cioè come esagerato cedimento alla varietà
egemone:
es.: la -ll- intervocalica diventa come nel siciliano -dd- , quel suono particolare
che i linguisti chiamano cacuminale, ma il processo di adeguamento va oltre
cacuminalizzando tutte le < l >, anche in posizione iniziale, siano scempie
o doppie: dai pochi testi che abbiamo avuto in esame, la tabella di confronto
e la traduzione della favola, prendiamo gli esempi: oltre a bedd', beddu...abbiamo:
dditt' (letto),ddusgerdula (lucertola), ddumar' (accendere), ad Aidone; ddett',
dd'sgerdula, ddumari, a Piazza Armerina; ddiettu e ddumè a Nicosia e
Sperlinga.
- come ipergallicismo, cioè come esagerata accentuazione dei tratti
propri:
a) nei dialetti di Nicosia e Sperlinga i nessi -mb- ed -nd-, non solo vengono
mantenuti nelle posizioni del latino-romanzo laddove il siciliano, ma anche
l'aidonese ed il piazzese hanno -mm- ed -nn-, ma, le doppie < -mm- ed -nn->
anche di origine diversa diventano -mb- ed -nd-. Così abbiamo: sambucu
, andandu, r'spondö (sambuco, andando, rispondere) ma anche stombicu e
cambarera (stomaco e cameriera).
b)allo stesso modo nel dialetto di San Fratello la < a > per palatalizzazione
diventa < e > in tutte le posizioni toniche e non soltanto, come ci si
aspetterebbe, in prossimità di una consonante nasale.
Esaminiamo ora alcuni esiti particolari nel consonantismo:
<c> o <cc> palatale (suono di cibo, ceci ), derivato dal latino
< pl /cl > che in siciliano ha normalmente <chj> e in italiano <
pi e chj >; es: ccov'r, ccioviri, cciou, contro il siciliano chjoviri l'
italiano piovere; cciò, ciov', contro chiovu e chiodo, etc.
< z e zz > (suono sonoro di zero) dalla < g+ vocale palatale> sia
in posizione iniziale che intervocalica: zenn'r', zimm' , frizz'r (genero, gobba,
friggere; siciliano: iènniru, immu,friiri )
< zz- > (suono sordo di piazza, zio) da < c + vocale palatale>
zzinn'ra, zzipp' (cenere, ceppo contro il siciliano cinnira, ....)
< sg > (suono più o meno come nel francese jamais, je) da <
-c- intervocalica seguita da vocale palatale < e ed i > : disgìa,
crusg', stasgìa, brusgè (sic. diciva, cruci, staciva, bruciari);
< ngh > cioè la velarizzazione della nasale in finale di parola
singolare che termini per <-uno, -ino, ono, one, ano...>. Il fenomeno,
appena percepibile nei dialetti di Nicosia e Sperlinga, è presente nella
forma più arcaica nel piazzese: Mirringh' (Merlino), radungh' (raduno),
e, in modo notevole, nell'aidonese arcaico : bardungh' (basto), patrungh' (padrone)
z'r'mingh' (cicatricola), purringh' (verruca).
L'abbandono di questi esiti per quelli tipici del siciliano sono la caratteristica
che più differenzia le parlate arcaiche da quelle sicilianizzate.
Inserito da: Veronesi in data 28/1/2004, 12:19
Scritto in Toscano per la parte Lingue di Internet Padano
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