La lingua padanese
Geoffrey Hull, Etnie nùmers 13 e 14 (1987-88)
en lengua italiauna (variant standard toscauna)
Nell'isolare dal sistema linguistico italiano le parlate ladine, Ascoli
lasciò in un limbo terminologico i dialetti che il Biondelli, trent'anni
prima, aveva denominato "gallo-italici".1 Secondo l'illustre dialettologo
goriziano, il piemontese, il ligure, il lombardo e l'emiliano-romagnolo "si
distaccano dal sistema italiano vero e proprio, ma pur non entrano a far
parte di alcun sistema neolatino estraneo all'Italia".2 Durante i primi
decenni dell'unità nazionale i glottologi provarono a definire più
chiaramente lo status del "gallo-italico" nei confronti del ladino da un
lato e dei dialetti peninsulari dall'altro. In quell'epoca di nazionalismo
esasperato era difficile che l'indagine non assumesse toni politici.
Parecchi studiosi infatti si sentivano in dovere di dimostrare a priori
l'italianità sia del gallo-italico sia del ladino, mentre l'insistenza di
altri linguisti (soprattutto germanofoni) sulla fisionomia palesemente
galloromanza dei due gruppi non poteva allora non sembrare colorita di
pregiudizi antirisorgimentali.3 Che la lingua indigena della Val Padana,
regione da considerarsi la pietra angolare dell'unità italiana, potesse
risultare dall'analisi strutturalista sorella del francese e solo cugina del
toscano era per molti una considerazione tanto intollerabile quanto eretica.
Venne dunque canonizzato un sistema di classificazione specificamente
italiano e ribadito più dalla tradizione classicista che dal metodo
scientifico in base al quale "italiani" (o "italoromanzi") risultavano quei
dialetti che si erano da tempo subordinati al toscano letterario.4 Secondo
un tale criterio un dialetto come l'emiliano o il ticinese, che condivide
tutte o quasi tutte le caratteristiche fondamentali col francese, poteva
definirsi senza tema di errore "italiano". Per chi non accetta la tesi
italianista la denominazione di "gallo-italico", applicata a vernacoli
parlati sì in territorio politicamente italiano ma a nord della nota linea
La Spezia-Rimini, rimane inesatta nonché ingannevole. Anche ammettendo
l'importanza psicologica dell'orientaniento culturale, è difficile capire
come sia possibile dedurre da aspetti secondari (che costituiscono
d'altronde solo una patina di "superstrato") che tale dialetto sia
strutturalmente italoromanzo: nessuno si sognerebbe per esempio di definire
il còrso dialetto galloromanzo a cagione degli influssi genovesi e poi
francesi che lo trasfomano da secoli. Riteniamo dunque sostanzialmente
giusto il giudizio dei vari specialisti di glottologia romanza che
considerano il cosiddetto "alto-italiano" come parte integrante del sistema
galloromanzo e parente stretto del francese (incluso il franco-provenzale) e
dell'occitano catalano.5 E diremmo con Pierre Bec che il termine
"gallo-italico" va corretto in "galloromanzo cisalpino" o "galloromanzo
italiano" (qui "italiano" si intende in senso rigorosamente
extralinguistico).
La classificazione spoliticizzata dei dialetti della Padania ha
inevitabilmente modificato la concezione del ladino come unità linguistica
indipendente dal "ramo padano dell'italoromanzo". Anche i ladinisti più
accaniti hanno potuto trascendere la loro posizione di difesa di una favella
che sin dal Medioevo si era sviluppata fuori dalla sfera culturale italiana,
col guardare oltre gli italianismi superficiali dei dialetti della pianura.
Molti di loro si sono infatti dichiarati aperti alla tesi di un'originaria
unità reto-cisalpina, a patto che si rinunci a ogni tentativo di collegare
questo sistema all'italiano vero e proprio.6 Si ammette che la "conquista
toscana" della Val Padana nel Rinascimento abbia portato a una certa
italianizzazione del vernacolo galloromanzo (o potremmo dire, ladino) di
questa zona 7, e che sono appunto le aree marginali chiamate più tardi
"Ladinia" che conservarono incontaminata (prescindendo da forti influssi
tedeschi nei Grigioni e nel Tirolo) l'originaria tradizione linguistica
della Padania. Nel 1982 ho presentato una tesi di dottorato di ricerca col
titolo inglese di The Linguistic Unity of Northern Italy and Rhaetia in cui
ho tentato di delineare lo sviluppo storico e la fisionomia attuale dei
dialetti ladini e padani.8 L'ipotizzata unità l'ho ribattezzata "padanese",
coniazione che si vuol riferire alla Padania linguistica anziché geografica
(cioè all'anfizona reto-cisalpina) e necessitata dal fatto che l'aggettivo
padano indica proprianiente la lingua di solo il bacino del Po.
La Padania: terra gallica nel mondo italico
È risaputo che nella struttura etnica dell'Italia la principale linea
divisoria coincide quasi perfettamente con il crinale degli Appennini
tosco-erniliani. A nord di questa linea si era stabilita in tempi antichi
una popolazione celtica o celtizzata la cui terra fu chiamala Gallia
Cisalpina dai Romani che la conquistarono fra il 193 e il 78 a.C. Venti
secoli più tardi l'antropologia della Padania è poco cambiata, nonostante la
profonda romanizzazione della zona e la seriore affermazione di una civiltà
tosco-italiana: razza compattamente brachicefalica anziché mesocefalica o
dolicocefalica come nella Penisola; abitazioni popolari di tipo alpino o
subalpino anziché mediterraneo; consumo di prodotti bovini anziché ovini e
cottura al burro anziché all'olio; canto polifonico, sillabico e narrativo
anziché solistico, melismatico e lirico; coscienza linguistica e filosofica
tendenzialmente analitica anziché sintetica, e così via.
La suddivisione dell'Italia in due diocesi (con le capitali rispettive a
Roma e a Milano) compiuta da Diocleziano nel 298 d.C. non solo mise in
rilievo le esistenti differenze etniche e ambientali delle due Italie, ma
inserì la Padania pienamente nel nuovo e opulento mondo galloromano che
aveva da tempo eclissato Roma e il suo retroterra peninsulare. Ciò è
confermato tra l'altro dalla tradizione scolastica latina che si mantenne
più salda in Padania che nella Penisola e dal prestigio della chiesa
ambrosiana nei cui santuari si celebrava una liturgia di tipo gallicano
piuttosto che romano e i cui fedeli erano stati convertiti "freschi" dal
paganesimo e non tramite un elemento cristiano greco nella popolazione
locale. Si svilupparono quindi nell'Italia continentale dialetti di stampo
galloromanzo che non dovevano essere diversi in nessun particolare
importante dal proto-francese. Al potente superstrato franco della Francia
settentrionale corrisponde in Padania la doppia presenza longobarda e
franca. Nel tardo Medioevo si erano diffuse nel Nord le lingue letterarie
francese e provenzale che erano così accessibili ai cisalpini da ostacolare,
alla vigilia del "miracolo fiorentino", la formazione di una genuina e
duratura koiné padana.9
Se i Longobardi non avessero aggregato la Toscana al loro regno padano è
chiaro che sarebbero sorte due nazioni sul territorio dell'italia augustea,
così diverse fra di loro come la spagnuola e la francese. Legata
politicaniente e culturalmente al Nord, la Toscana, regione "meridionale",
si andò arricchendo di correnti provenienti dalla Gallo-romania. Il suo
dialetto, pur conservando la sua struttura italoromanza, s'intrise di
elementi padani. Ne risultò una trasformazione fisionomica che consentì al
toscano di diventare la perfetta koiné italica e, con l'ascesa dei grandi
autori fiorentini, la sola lingua letteraria capace di riunire in un'unica
nazione ideale la Padania gallica e le terre toscoitaliche ed elleniche
della Penisola e delle Isole. La fiorente civiltà comunale della Padania
medioevale è, per altro, inseparabile dal coevo fenomeno toscano. Si era
infatti formata una sfera di cultura tosco-padana nella quale Firenze
assunse presto il predominio, tant'è vero che quasi l'intera Padania accolse
senza esitazioni la civiltà rinascimentale irradiata dalla Toscana, e
rinunciò - pare per sempre - a ogni vera ambizione di crearsi una propria
lingua letteraria comune radicata nella parlata materna. Nell'ambito di
questa moderna Italia la Padania fu destinata a rimanere una provincia di
carattere ambiguo: italiana di cultura elevata, ma galloromana nelle sue
tradizioni popolari. Solo i futuri Ladini, cioè i "lombardi" delle zone
alpine dominate dagli Alemanni e dai Bavaresi, si erano sottratti a questo
processo centrifugo.
Oggi i padani si definiscono spontaneamente italiani settentrionali,
sentendosi infatti così italiani da poter asserire sciovinisticamente che
"l'Italia finisce al Po" o perlomeno "agli Appennini". Non manca chi ritiene
che la stessa nozione di un'etnia padana distinta da quella italiana sia del
tutto assurda.10 Può essere anche vero. Nondimeno rimangono saldissimi i
tratti distintivi della lingua ereditaria di questi "italiani
settentrionali", la quale, dopo quattordici secoli di simbiosi tosco-padana,
si mantiene più galloromana che mai. Diremmo inoltre che la frantumazione
dialettale, normalissima in una lingua eteronoma che non è mai stata
codificata, non è neppure progredita al punto di alterarne l'unità
fondamentale. In questa unità faremmo rientrare, con solo limitate riserve,
il friulano, il ladino dolomitico e svizzero, e i dialetti lievemente
italianizzati della Liguria, del Veneto e dell'Istria.
Limitazioni di spazio ci permettono di accennare soltanto brevemente ad
alcuni dei tratti specifici delle parlate padanesi, di cui intendiamo
soprattutto segnalare quegli aspetti che le separano in modo vistoso dai
dialetti italiani e che mettono in risalto la loro parentela con le altre
varietà del galloromanzo.
Le diverse forme dialettali sono state di proposito ridotte a prototipi
retocisalpini raccolti in una grafia unitaria di tipo etimologico e capace
di abbracciare ogni variante fonetica.11
Nel vocalismo tonico spicca anzitutto la potenziale dittongazione di tutte
le vocali toniche in posizione libera12: i tipi reto-cisalpini mär (növ) concordano pienamente con il francese mer,
poil, saveur, miei, neuf, mentre discordano dalle forme mare, pelo, sapore,
mele, nove del toscano popolare e dei dialetti metafonizzanti della Penisola
stricto sensu.13 Sono caratteristiche di gran parte della Padania i fonemi
palatali ü (lat. U) e ö (üo < uo < lat. O); probabili riflessi dell'antico
sostrato gallico del paese: nelle zone centrali e occidentali si pronuncia
infatti mür, cör, più o meno come in francese (mur, coeur), e tali suoni
sono indigeni in Padania e non "stranieri" o "francesi" come credono
tanti.14 Il padanese, come il francese, ha sviluppato una serie di vocali
nasali toniche, così i tipi paun/pan, serein, bon (bõ), vin (v~i)
corrispondono al fr. pain, serein, bon, vin. Ma il tratto più importante del
vocalismo del padanese quale lingua galloromanza è senz'altro la caduta
regolare di tutte le vocali atone finali eccetto -a: camp 'campo', part
'parte', quist 'questi' (ma pòrta, fenèstra).15
Non esiterei ad asserire che ovunque incontriamo in territorio padano forme
intere come campo, parte, quisti (cioè in Liguria, nel Veneto, e in parte
altrove), si tratta in realtà di influssi peninsulari (italoromanzi) recenti
o medioevali.16
Profonde differenze strutturali segnano pure il sistema consonantico del
gruppo reto-cisalpino di fronte all'italiano. Oltre allo scempiamento delle
doppie (copa 'coppa', maza 'ammazza') e all'indebolimento delle scempie
intervocaliche LATINU > ladin, SECURU > segur, SUDARE > suar, SCALA >
scara), sono da notarsi l'ormai rara palatalizzazione spontanea (nell'ovest)
o reattiva (nell'est) delle velari (castel, gat, formiga) (7) e tendenze
fonetiche quali la soluzione galloromanza dei nessi -ct-, -cs- (-x-) (FACTU
> fait, fac, LAXARE > laissar, lasar), la riduzione di -gli- a -j- (fója
'foglia', aj 'aglio') e la desonorizzazione delle finali (neiv > neif
'neve', verd > vert 'verde').
I fattori principali della scissione fra i dialetti montani (alpini ed
appenninici) da una parte e le parlate della pianura dall'altra sono i
medesimi che vengono invocati dagli studiosi favorevoli all'indipendenza del
"ladino" (per loro solo il grigionese, il dolomitico e il friulano) dal
"padano". In realtà si tratta delle differenze tra dialetti conservativi o
addirittura arcaici e dialetti innovatori (e spesso aperti a potenti
influssi italiani). A parte qualche particolarità del vocalismo tonico (ad
es. resti dell'antica metafonia galloromanza nella Ladinia occidentale e
centrale e in Romagna, e le dittongazioni spontanee del friulano) osserviamo
nella fisionomia delle varietà periferiche del padanese una forte resistenza
a quelle assimilazioni di fonemi consonantici che in pianura hanno portato
tra l'altro all'assimilazione di c, g (ciel > tsiel > siel, gent > dzent >
zent), alla mutazione di g, s, z, ts, dz (ga > ga > dza > za 'già', pes >
pes 'pesce', bazar > bazar 'baciare', tsapa > sapa 'zappa', mèdza > mèza
'mezza'), al ripristino di -d- (dal lat. -D-: crua > cruda) e alla
palatalizzazione dei gruppi pl, bl, fi, cl, gi (blanc > bianc, clav > ciav =
cav).
Perduta in vaste aree della bassa Padania è anche la -s finale, un tempo
normale in forme sostantivali e verbali: las casas / les cases > la casa /
le case, tu tires > tu tir(e), egl mòrts 'i morti' > i mòrt.18
Segnaliamo qualche altra caratteristica della morfosintassi del
retocisalpino nella quale sussistono tuttora tutti i più importanti elementi
e tendenze del galloromanzo comune. Nei dialetti più genuini gli aggettivi
ubbidiscono a un unico modello, come avviene in francese, ad es. un om fòrt
~ una femna fòrta 'un homme fort ~ une femme forte'. Pure obbligatorio è
l'uso del soggetto pronominale con le forme finite del verbo: eu vuogl
'voglio', tu dis 'dici', ieu eu vegn (in pianura mi eu vegn) 'io vengo': si
confrontino i costrutti francesi je veux, tu dis, moi je viens. Le parlate
cisalpine aggiungono volentieri questo pronome a quello relativo (tipo la
tousa che (el) la canta 'la ragazza che canta'). Il tipo di costrutto om va
(=francese on va 'si va'), una volta alquanto diffuso in territorio
cisalpino, ha soppiantato nei dialetti della Lombardia orientale le forme di
quarta persona del verbo: lom. em porta = portem 'portiamo' (cfr. on porte =
nous portons nel francese popolare). Un'altra caratteristica condivisa con
il francese è l'uso dell'atono eu (< EGO) alla quarta (e alla quinta)
persona del verbo: eu rivem = j'arrivons (forma dialettale per 'nous
arrivons'). In quasi tutta la sezione cisalpina dell'anfizona si notano
sostituzioni di certi pronomi personali, cioè lui rimpiazza él tonico, e
similmente élla cede a liei, éls, éllas / élles > lour 'loro', ieu > mi
'io', tu > ti 'tu', mei > mi 'me', tei-ti 'te', gli > ghe 'gli, le'.
Interessante la presenza, sia in padanese che in francese, di un pronome
impersonale, probabile relitto (calcato) del superstrato germanico, ad es.
el me par 'mi pare', el coventa partir 'bisogna partire' (cfr. il me parait,
il faut partir).
Un aspetto del verbo padanese che è arrivato a investire la sintassi
dell'italiano del Nord è la sostituzione del perfetto col passato remoto il
quale sopravvive però come tempo letterario e persiste in qualche vernacolo
emiliano-romagnolo. L'italiano regionale offre anche frequenti riflessi di
altri tratti della sintassi indigena: alludiamo ai costrutti èsser drieu a +
infinito per indicare azioni continue (l'es drieu a seriver 'sta scrivendo',
cfr. in qualche dialetto francese il tipo il est après d'écrire); alla
negazione dell'imperativo mediante il verbo star (no star a cridar 'non
gridare'); all'uso obbligatorio di un avverbio rafforzativo nelle
espressioni negative (el (no) parla miga 'il ne parle pas/(mie)', tu (no)
dormes brixa / (bric, nient, pa ecc.) 'tu ne dors pas'); e all'analogo
rafforzamento dei dimostrativi (questa cadriega qui 'cette chaise-ci', quel
prieved li 'ce prêtre-là').
Fra i pronomi indefiniti, gli avverbi, le preposizioni e le congiunzioni si
rivelano numerose le formazioni prettamente padanesi come negun 'nessuno',
nuglia, negot(a) 'niente', vergot(a), alc, alchet 'qualcosa', medem
'stesso', minca 'ogni', massa 'troppo', avonda, assai 'abbastanza'. nomai
'soltanto', just(a) 'appena, appunto', debon, dessèn 'davvero', cour(a)
'quando', encuoi (uoi, oz) 'oggi', ancamò, amò 'ancora', drieu, davors
'dietro; dopo', despuoi 'da allora' (fr. depuis). Notevolissimo il fenomeno
de 'verbo localizzato', di ispirazione germanica, ad es. star sus 'alzarsi',
meter sus 'erigere', trasios 'demolire'.
La maggior parte del vocabolario comune dei dialetti reto-cisalpini consiste
di termini romanzi e latini che si trovano in tutte le lingue neolatine
dell'Europa occidentale e centrale. Assai più ristretti numericamente sono i
relitti dei sostrati gallico e pregallico e gli apporti lessicali del
superstrato germanico dell'alto Medioevo. Imponente invece è l'influsso dei
recenti superstrati e adstrati sui diversi dialetti padanesi, soprattutto
l'elemento italiano nel lessico del padano (incluso il friulano) e
l'elemento alto-tedesco e tedesco moderno nel ladino grigionese e
dolomitico. Vistosi, seppur meno importanti, sono i prestiti francesi e
occitanici in piemontese. Quello che ci interessa in modo particolare è però
il lessico tipico del padanese concepito come unità linguistica.
Molto significative sono le numerose voci che confermano la stretta
parentela fra il padanese e le altre lingue galloromanze, ad es. àmeda 'zia'
(fr. tante), av 'nonno' (fr. aïeul), cadriega 'sedia' (fr. chaise), fat
'insipido' (fr. fade), feida 'pecora' (occ. feda), got 'bicchiere' (occ.
got, fr. godet), empremudar 'prendere a prestito' (fr. emprunter), maxon
(fr. maison), mogliar 'bagnare' (fr. mouiller), mocar 'spegnere' (fr.
moucher), menton 'mento' (fr. menton), meisson 'messe' (fr. moisson), mica
'pagnotta' (fr. miche), nèza 'nipote, f.' (fr. nièce), paveglion 'farfalla'
(fr. pavillon, papillon), plorar, plurar 'piangere' (fr. pleurer), saxon
'stagione' (fr. saison). Un numero discreto di vocaboli troppo antichi per
potersi definire prestiti dall'italiano sono in compenso testimonianza della
secolare orientazione meridionale della Padania, ad es. bevolc 'bifolco',
cadin 'catino', descedar 'destare', grem 'grembo', ledam 'letame', menestra,
mescedar 'mescitare', miz / niz 'mézzo', massaira 'massaia', piegora, spuzar
'puzzare', regordar 'ricordare', refudar 'rifiutare', roncar, seron 'siero'.
Nessuna di queste voci si riscontra nel galloromanzo transalpino.
Abbiamo poi un'abbondanza di vocaboli padanesi che non sono sempre
collegabili a lessemi francesi e occitanici, ma che contrastano tuttavia con
l'uso lessicale della Toscana e della Penisola in generale. Formano così
parte del lessico padanese 'classico': barba (m.) 'zio', barbix 'baffi',
biàdeg 'nipotino', hboleid 'fungo', bugnon 'fignolo', calegair 'calzolaio',
calzair 'scarpa', çanc 'sinistro', catar 'trovare; raccogliere', cegaira
'nebbia', cioc 'ubriaco', cocombre 'cetriolo', compagn 'simile', covatar
'nascondere, coprire', coveida 'brama', cop 'tegolo', cosp 'zoccolo',
(em)pizar 'accendere', fallar 'sbagliare', forcellina (piron) 'forchetta',
formenton 'granturco', franc 'lira', geld 'frigido', gnec 'malaticcio',
liguoir 'ramarro', luxour 'splendore', marangon 'falegname', molleta
'arrotino', muola 'macina', padimar 'consolare', presça 'fretta', rampin
'gancio', rauba 'cosa', ladin 'sciolto', ninzar 'intaccare, scolpire',
lugànega 'salsiccia', pander 'annunciare', rexentar 'sciaquare', sabla,
sablon 'rena', sangueta 'mignatta', segar 'falciare', sarir 'sarchiare',
sopressar 'stirare', tòc 'pezzo', tomàtes 'pomodoro', travonder
'inghiottire', tuoisseg 'veleno', zivolar (sublar) 'fischiare'.
L'unità lessicale del padanese, come quella di qualsiasi lingua frantumata,
è naturalmente relativa. Per un gran numero di concetti i dialetti
occidentali presentano una voce sconosciuta in quelli orientali, e
viceversa. Nella seguente lista di doppioni il primo termine è sempre quello
occidentale: bigat / cavalier 'baco da seta', brèn, crusca / sémola,
rémol(a) 'crusca', càmola / tarma 'tigna', ferrair / favre 'fabbro', gudaz,
padrin / sàntol 'padrino' (tosc. compare), lassair / lagar 'lasciare',
lavandin / seglair 'acquaio', mascherpa / poïna 'ricotta', ninçuola /
noxella 'nocciuola', pigliar / tuor 'prendere', senestre / çanc 'sinistro',
solair / granair 'soffitta', tiret / casset 'cassetto'. Un'altra importante
divisione lessematica contrasta l'uso cisalpino con quello retico (e con
quest'ultimo concorda talvolta anche il ladino delle Dolomiti). Al retico
baselga corrisponde il cisalpino gliesia 'chiesa', e così anche caxuol /
formàdeg, formaj 'cacio, formaggio', clauder / serrar 'chiudere', còcen /
ross 'rosso', coudex / libre 'libro', èdema / setema(u)na 'settimana',
figliol / figlioç 'figlioccio', folin / calijen 'fuliggine', jentar / disnar
'pranzare', lisura / jointura 'congiuntura', meil / pom 'mela', meisa /
taula 'tavola', mur / rat, pondeg, sourex 'topo', neir / negre 'nero',
saglir / saultar 'saltare', solegl / soul 'sole', tema / pavoira 'paura',
zevrar / deslaitar, desierar 'divezzare' (cf. il fr. sevrer).
Conclusione
Ammessa la fondamentale unità delle parlate reto-cisalpine si pone la
questione della loro unificazione. Il sistema di trascrizione che abbiamo
elaborato sul fondamento delle caratteristiche comuni del gruppo costituisce
una base formale capace di servire non solo da spunto per una riforma (o
sistemazione) ortografica dei singoli dialetti padanesi, ma si presta anche
come codice in cui registrare il ricchissimo ma mai radunato tesoro
lessicale della lingua.
Anche chi dubita del valore di una sintetica koiné padanese destinata a
concorrere anacronisticamente con l'italiano pan-padano, non potrà smentire
l'auspicabilità, sia pure solo come compito scientifico, di un equivalente
cisalpino del Tresor dòu Felibrige e dei dizionari pan-occitanici compilati
nei decenni recenti.
Allo scopo di illustrare la fattibilità dell'unificazione ortografica - il
primo passo verso la creazione di una koiné reto-cisalpina - presentiamo
sotto otto branetti tolti da vari autori dialettali, tutti ridotti alla
nostra comune "grafia padanese" e paragonati con l'attuale grafia regionale:
1. Piemontese
Puoi pauc a pauc el ha mollau de cau la pluova e el soul, surtend fòra da
les nìvoles, el ha fait luxer ent l'aria les ùltimes stizes. Entloura eu son
surtiu encima a l'aira a cuoglier les granes de tempèsta ch'elles eren
ancoura nient sleguades. Les gallines elles cacaraven ch'elles semegliaven
mates e les rondolines empleniven l'aria degl suoi squiz, voland tut en gir
a la cassina.
Peui pòch a pòch a l'ha molà 'd cò la pieuva e '1 sol, surtend fòra da le
nìvole, l'ha fàit luse ant l'aria j'ùltime stisse. Anlora i son surtì ansima
a l'àira a cheuje le gran-e 'd tempesta ch'a j'ero ancora nen slinguà. Le
galin-e cacaravo ch'a smijavo mate e le rondolin-e ampinìo l'aria dij sò
squiss, voland tut an gir a la cassin-a19.
2. Lombardo occidentale (milanese)
(Eu) s'era setada en tèrra, col cau en maun, e egl gombed sugl genuogl: me
zifolava el vent ent egl cavegl: demanamaun che vegneiva un quagl bof, el me
portava come una voux che vegna de lontaun: ella me pareiva la soa voux,
(eu) alzava egl uogl, (eu) guardava entorna: ma el es nuoit, el es senza
luna, e no se ved negot. (Eu) clame. Pedrin! Pedrin!. Neissun respond.
S'era settada in terra, col coo in man, e i gombet sui genoeucc: me
ziffolava el vent in di cavij: demeneman che vegneva on quaj bôff, el me
portava come ona vôs che vegna de lontan: la me pareva la soa vôs, alzava i
oeucc, guardava intorna: ma l'è nott, l'è senza luna, e no se vede nagott.
Ciami. Pedrin! Pedrin!. Nissun respond20 .
3. Ligure (genovese)
Cruoses rìpides, streites, lastregades da riçuogl redondi con la passiera de
madoin. Cruosetes fra does muraglies flanchejades da lo passaman de fèrro e
dagl lampioin. Portetes misteriouses vernixades de verde con targheta e
sonaglin. Copies [cobles] fermes ent egl canti plui appartades, dònnes dagl
portelleti degl balcoin.
Crêuze ripide, strèite, lastregae da rissêu riondi co' a passüa de möin.
Crêuzette fra due mûage fiarichezzae da-o passaman de faero e dai lampioin.
Portette misteriose vernixae de verde con targhetta e sûnaggin. Coppie ferme
in ti canti ciù appartae, donne da-i portelletti di barcoin. 21
4. Romagnolo
Un tòc, les does, el sona el campanon. Per la contrada les scarpes elles
baten sugl saiss e drenta les cambres chi senten egl nuostre pass egl
scrichen egl lieit de fòglies de formenton. Un àndit scur, un gat e puoi a
lí sota el lum m'una fenéstra bassa; drenta una vècia [vègia] a smasar ent
una cassa: les does de la nuoit (a), per una berreta rota!
Un tòc, al dò, e' sòuna e' Campanòun. Par la cuntrèda al schèrpi al batt si
sas e dréinta al cambri chi sint i nóst pass e' scréca i létt ad fôi 'd
furmantòun. Un andìt schéur, un gatt e pu a lè sòta ancòura e' lóm m'una
finèstra bassa; dréinta una vècia a smasè t'una cassa: al dò dla nòta,
pr'una brèta ròta!12
5. Veneto (feltrino rustico)
Sot un covèrt larg ghe n'es una plui bèlla fontana che buta; denanzi les
fenèstres vasi de flours, d'entorn a la casa, el par che sia sempre fèsfa,
che ghe n'es un orden e una netixia straordenaria; en tèrra no se vedereiv
una paglia, gnanca a cercar-la. Un bèl tosat, mòro, el es sentau sus una
banca piturada de verd; el guarda pensieriouso sus per egl bosc; el ha la
fuma en boca, quasi studada.
Sot on cuert larc ghe n'è na pì bela fontana che buta; denanzi le finestre
vasi de fior; d'intorn a la casa, 'l par che sia sempre festa, chè ghe n'è
'n orden e na netisia straordenargia; in tera no se vederee na paja, gnanca
a zercarla. 'N bel tosat, moro, l'è sentà su na banca piturada de vert; el
varda pensieroso su pa i bosc; l'à la fuma in boca, quasi stuada.13
6. Friulano
Egl ieren tre quatre dis che Linda ella aveva alc. A no aveir mai nuglia,
alc el es alc! Linda ella iera contenta. "Gli el dixerai esnuoit," ella
pensà dut el di. Sierrada l'ostaria - egl sierraven atorn dieix - egl
cenaren come sempre, lour doi de bessogl, dessovra. Ella lavò la massaría,
la meté sul desgotaplats. Lui el era quiet e el sbesegliava plancut depruouv
de un campanèl elétric. "Marfin!. eu hai un fruit!"
A' jerin tre quatri dîs che Linde 'e veve alc. A no vê mai nuje, alc al è
alc! Linde 'e jere contente. "J al disarai usgnot", 'e pensà dut il di.
Siarade l'ostarie - a' siaravin tôr dîs - a' cenàrin come simpri, lôr doi di
bessoi, disore. 'E lavà la massarie, la meté sul disgoteplàz. Lui al jere
cuiet e al sbisiave plancut daprûf di un campanel eletric. "Martin!. 'o ai
un frut!"14
7. Ladino dolomitico (gardenese)
Encuoi, doménega., davors la gran messa avomnos tòlt comiau de nòssi òmes
sun plaza de gliexa. El capellan Favé ha teniu una rexonada e ha dait la
bendizion a quegl, che mosseiva laissar l'encasa, senza saveir se egl la
podeiva vedeir amò una vegada. Gent braglava. Anca vègli egl aveiva las
làgremes ent egl uogli. Quegl che fòva stati cridai a jir a combater, se òva
amò pestau e ordenau.
Ncuëi, dumënia, dò la gran messa ons tëut cumià da nosc uëmes sun piaza de
dlieja. L caplan Favé a tenì na rujnèda y à dat la bendiscion a chëi, che
messòva iascé l ncësa, zënza savëi, sce i la pudòva udëi mò n iëde. Jent
bradlava. Nce vedli ëi òva la lègrimes ti uëdli. Chëi che fòva stac cherdei
a jì a cumbater, se òva mò pistà e urdenà.15
8. Ladino retico (alto engadinese)
El stoveiva ensèn bauld rir, courch'el vegnif (f)òr del tren. Seguentre
dex-sèt ans d'absenza torneiva el a casa e sortiva una stazion mema bauld.
Apòsta. Negun no lo speitaeiva e segur che negun no brameiva sieu arriv.
Seguentre aveir depositau sias dos greivas valis se metet el en via vèrs
casa. Ensí, cols mauns vuoids e senza peis terrestre, voleiva el far quel
ùltim tuoc via chi l'era stada ensí crapousa el di de sia partenza!
El stuvaiva insè bod rir, cur ch'el gnit our dal tren. Zieva deschset ans
d'absenza turnaiva el a chesa e sortiva üna staziun memma bod. Aposta. Üngün
nu'l spettaiva e sgür ch'üngün nu bramaiva sieu arriv. Zieva avair deposito
sias duos greivas valischs as mettet el in via vers chesa. Uschè, culs mauns
vöds e sainza pais terrester, vulaiva ci fer quel ultim töch via chi l'eira
steda uschè crappusa il di da sia partenza!16
Varianti unificabili di un'unica lingua, o tante piccole lingue. È la
discussione delle caratteristiche ideali dell'auspicata 'lingua padanese' (e
le scelte arbitrarie che tale lavoro di sintesi richiederebbe): la affidiamo
al futuro e alla volontà collettiva degli eredi del patrimonio linguistico
che accomuna i popoli dell'Italia settentrionale e della Svizzera
meridionale.
Intanto, per terminare il presente discorso, do un breve campione del
linguaggio sintetico in cui ho tradotto il Vangelo di San Marco. Sono stati
adoperati, oltre la grafia unificata, un consonantismo conservativo, un
vocalismo evoluto più o meno simile a quello che sta alla base del milanese,
una morfosintassi "cisalpina" ispirata al friulano, e un lessico volutamente
panpadanese. Ecco i primi undici versetti del primo capitolo:
El Vangeli De Saint Marc
tradoit en lengua padaneisa
Capitol prim
Comenzament del Vangeli de Jesus Crist, Figl de Dieu, co ch'el es scrit en
Isaia el profeta: "Guardaid, eu tramete el mieu nonzi denanz de tei, ch'el
te pareja la via". La voux d'un chi clama ent el desért: "Preparaid la via
del Segnour, egualivaid les soes sendes!" Ensi compari Joan ent el desèrt a
batejar e a predegar un bateisem de penitenza per el perdon degl pecai. E
l'entriega contrada de Judea e tuit egl abitants de Jerusalem jiven depruov
a lui e se faxeiven batejar de lui ent el flum Jordaun, confessand egl lor
pecai. Joan era vestiu de peil de cameil e el portava una ceinta de coiram
entorn de la vita. El manjava cigales e miel selvàdega. E el predegava ensì:
"Davors de mei el vein un chi es plui possent che ieu, e eu no sont miga
degn de sbassar-me per desnoar les correjes degl suoi calzairs. Ieu eu vos
hai batejai ent l'aigua, ma lui el vos batejarà ent el Spirit Saint".
Ent quel dis Jesus rivà de Nazaret de Galilea e vans batejau de Joan ent el
Jordaun. E pròpi co ch'el vegniva fuor de l'aigua, el ciel se dervi e om vit
a vegnir jos souvra de lui el Spirit Saint en forma d'una colomba. E una
voux rivà del ciel dixend: "Tu ses el mieu Figl amau, en tei eu hai el mieu
plaxeir".
Geoffrey Hull
Tirau fuora de "Etnie" nùmers 13 e 14 (1987-1988).
Note
1 Bernardino Biondelli, Saggio sui dialetti gallo-italici, Milano, 1853.
Vedasi in particolare pp. xxi-xxii.
2 G.I. Ascoli, "L'Italia dialettale", AGI VIII (1882), p. 103. Da notarsi
che l'Ascoli escluse dal gruppo gallo-italico i dialetti veneti i quali
considerava più affini al toscano.
3 Le argomentazioni a favore dell'italianità del ladino e del gallo-italico,
tesi formulata e sostenuta da Carlo Salvioni, furono riassunte alla vigilia
della seconda guerra mondiale da Carlo Battisti in Storia della 'Questione
Ladina', Firenze, Le Monnier, 1937. Si veda anche G.B. Pellegrini "A
proposito di 'ladino' e 'Ladini'" in Saggi sul ladino dolomitico e sul
friulano, Bari, Adriatica, 1972, pp. 96-130.
4 È indicativa l'affermazione di G.B. Pellegrini nel suo saggio "I cinque
misteri dell'italo-romanzo": ".con 'italo-romanzo' alludo alle varie
parlate della penisola e delle Isole che hanno scelto, già da tempo, come
'lingua guida' l'italiano" (Saggi di linguistica italiana, Torino,
Boringhieri, 1975, pp.56-7).
5 Scrive l'occitanista Pierre Bec: "Ad un tempo innovatore e arcaizzante di
fronte al gallo-italico, il reto-friulano dev'essere ad ogni modo integrato
all'insieme tipologico galloromanzo italiano o cisalpino, del quale
costituisce. un'area marginale e conservatrice". (Manuel pratique de
philologie romane, Paris, Picard, 1970-71, vol. II, p. 316).
(6) Significative le concessioni condizionali del ladinista Lois Craffonara: <...anche se si potesse un giorno provare conlusivamente una anteriore ladinità dell'antica Venezia e delle zone contigue che oggi appartengono senza dubbio all'italo-romanzo [per noi il veneto è bensì un dialetto padano italianizzato], no esiste tuttavia nessun motivo per considerare i dialetti della Sella e del Friuli come dialetti periferici del sistema italiano, poiché resta incontrovertibile il fatto che la vecchia Padania apparteneva alla Galloromania. Quindi i nostri dialetti rimangono -anche nel caso di un'eventuale dimostrazione dell'originaria ladinità della zona veneta- relitti di una romanità un tempo estesa ma distinta da quella italiana> ("Zur Stellung der Sellamundarten in romanischen Sprachraum", in Ladinia, Sföi cultural dai Ladins dles Dolomites, 1 (1977), pp 73-120). Lo svizzero Andrea Schorta ha concepito addirittura una maggiore unità 'ladino-cisalpina' ("Il rumantsch - grischun sco favella neolatina", Annalas da la Società Retorumantscha, LXXII (1959), pp 44-63), e il suo connazionale Heinrich Schmid afferma del pari che: ("Über Randgebiete und Sprachgrenzen", Voz Romanica, XV (1956), pp. 79-80);
(7) L'italianizzazione della Liguria e del Veneto (evidente anzitutto nel ripristino del vocalismo atono finale) era iniziata invece già nell'alto Medioevo come conseguenza di contatti marittimi e mercantili con la Penisola;
(8) Tesi di Ph.D. inedita, Università di Sidney, 1982, 2 volumi;
(9) V.G. Devoto, Il linguaggio d'Italia, Milano, Rizzoli, 1974, pp. 238-39. La cosiddetta (e in realtà poco unitaria) koiné padana in quest'epoca fu, come il vernacolo veneto contemporaneo, un idioma italianeggiante anziché consapevolmente galloroamnzo.
(10) Per Sergio Salvi l'idea è più anacronistica che assurda. Ne scrive a proposito in "Lingue taliate" (Milano, Rizzoli, 1975): (pp. 85-85, n° 9)
Inserito da: Veronesi in data 2/10/2004, 22:31
Scritto in Padano per la parte Lingue di Internet Padano
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