Olivetti: Federalismo contro la partitocrazia
Adriano Olivetti
Potere alle Comunità da la Padania 21/4/07
Quando scoppiò, nel settembre 1939, la seconda guerra mondiale, libertà e democrazia erano già da tempo scomparse in quasi tutti i Paesi dell’Europa continentale. Poiché l’esperimento iniziatosi nel 1919 di applicare la democrazia parlamentare in tutti gli stati europei era ormai clamorosamente fallito. (...) Ed ecco che oggi, riconquistate le libertà nominali, all’indomani di una catastrofe che avrebbe dovuto implicare la revisione di ogni valore, quel tipo di repubblica democratica parlamentare che non seppe quasi in nessun luogo resistere alla sopraffazione delle bande armate della reazione rinasce, di poco modificata, dalle prime costituenti europee (quella italiana e quella francese) senza che un serio processo di elaborazione scientifica, senza che delle idee nuove abbiano potuto penetrare in queste nuove carte dei diritti, in queste nuove organizzazioni dello Stato. L’affermazione dei diritti sociali, l’intervento dei pubblici poteri nell’economia, molte affermazioni dei diritti dell’uomo, nuovi indirizzi di trasformazione economica, la democrazia industriale furono già iscritti nel 1919 nella costituzione tedesca. E il ricordo della sua fine è legato ai rossi bagliori dell’incendio del Reichstag.
DALLE ILLUSIONI ALLA PARTITOCRAZIA
Così all’alba di un mondo che speravamo nuovo, in un tempo diffìcile e duro, molte illusioni sono cadute, molte occasioni sfuggite perché i nostri legislatori hanno guardato al passato e hanno mancato di coerenza o di coraggio. L’Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste realizzazioni. Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti. Nell’altro dopoguerra, aveva allora 18 anni, Piero Gobetti così descriveva la stessa gravissima situazione: «Gli schemi in cui si svolge la vita politica nostra (i partiti) non consentono agli uomini sufficiente vitalità. Gli uomini cercano, nella vita pratica, realtà ideali concrete che comprendano i loro bisogni e le loro esigenze. Oggi i partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre... Nella vita attuale dei partiti di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini... Le idee insomma in cui le forze si inquadrano, i partiti, sono rimasti addietro di un secolo. E gli uomini ci stanno a disagio. La storia va innanzi: gli uomini con essa. Gli schemi non possono restare gli stessi. Se non si liquidano, se rimangono, vanno soggetti nella pratica realtà alla deformazione che su di essi operano i singoli, favoriscono la disorganizzazione, la confusione, essi che per organizzare e sistemare erano sorti». Esce dai limiti della presente esposizione una storia critica dei partiti politici sino all’attuale loro predominio, assicurato loro dall’estensione, senza correttivi, della rappresentanza proporzionale. Essa riuscì a rompere ogni effettivo legame tra il cittadino, i gruppi economici e culturali e il Parlamento, tra la società, in una parola, e lo Stato. Siamo all’apogeo dunque della forza dei grandi partiti organizzati, onde il regime politico attuale prende il nome, non a torto, di partitocrazia, retto da un occulto e complesso ingranaggio di interessi e di personalismi. E l’apogeo è l’inizio della decadenza. (...)
FEDERALISMO? NO, AUTOCRAZIA...
Negli ultimi decenni, per opera di teorici di varie tendenze, la demolizione ideologica dell’edificio rappresentativo democratico fu compiuta non senza abilità e capacità. Ma le soluzioni, teoricamente insufficienti o inaccettabili, non si risolsero già secondo la corretta direzione avvertita dalla saggezza politica degli uomini di Stato del Risorgimento, verso cioè il federalismo, il decentramento, l’autogoverno, ma furono prevalentemente fondate su una concezione autocratica del Potere e sulla conseguente limitazione della libertà e dei diritti della persona.
...E CRISI DELLA DEMOCRAZIA
(...) Esaminiamo una prima grande questione: la crisi del parlamentarismo e la crisi della democrazia. Che la democrazia e il parlamentarismo siano in crisi, nessuno lo negherebbe e noi comunitari ci siamo già troppe volte soffermati su questo argomento, analizzandolo criticamente, perché io debba ancora in questa sede non darlo per accertato(...). Nelle recenti e false concezioni dello Stato che vogliono apparire nuove e moderne, lo stesso errore perpetrato dai partiti cattolici si presenta quasi ovunque. Tecnocrati, corporativisti, organicisti ricadono nello stesso fraintendimento della vera natura della politica e dello Stato. I primi presentano la tesi, che trova sempre largo consenso negli ingenui e nei non ingenui, secondo la quale occorrerebbero al Governo semplicemente dei buoni amministratori e che questi saggi amministratori si troverebbero soltanto fra quelle persone che hanno dimostrato in campo pratico della capacità. I corporativisti propongono una dottrina che deteriora attraverso una astuta e ingiusta equazione capitale- lavoro, una autentica democrazia. Vi è infine la posizione organicista nella quale militano tutte quelle persone di buona volontà, le quali, riconoscendo che la democrazia, e di conseguenza il Parlamento, figlio unico del suffragio universale, non sono più una vera e genuina espressione della realtà sociale, vogliono chiamare a rappresentarlo gli esponenti delle professioni, delle arti, delle scienze, via via fino eventualmente ai rappresentanti delle famiglie. Si giungerebbe così ad una struttura complessa, disordinata, che sarebbe certamente più varia e multico-lore di una ordinaria camera politica; ma non occorre molta chiaroveggenza per scorgervi una complessiva e preoccupante falsificazione del sentimento e della volontà popolare.
LA DEMOCRAZIA DEVE ESSERE INTEGRATA
Noi partiamo dallo stesso atteggiamento critico verso il regime parlamentare come si è costituito sul continente per imitazione del sistema anglosassone e che si è corrotto e per le mutate condizioni e per il differente clima storico e ambientale in cui ebbe a funzionare. Ma ci sforziamo anche di voler porre una maggiore chiarezza, onestà scientifica, ordine in questa complicata e misteriosa faccenda di un nuovo tipo di rappresentanza politica. Per questo abbiamo propugnato l’istituzione di veri e propri Ordini politici a simiglianza e analogia con quelli religiosi, nei quali competenza (politica), capacità (politica), specializzazione funzionale e infine, last not least, validità ai fini di una vera democrazia (autenticità di mandato, consenso dei cittadini, alternativa nelle funzioni di comando) trovassero finalmente una espressione armonica, o vuoi, per adoperare l’espressione di Carré de Malberg a proposito della collaborazione tra esecutivo e legislativo, una organica fusione. Alla democrazia autoritaria dei partiti cattolici, alla democrazia progressiva dei partiti comunisti, noi opporremo una democrazia integrata, un tipo nuovo, una forma nuova di rappresentanza più forte, più efficiente della democrazia ordinaria, ma altrettanto rispettosa dell’eterno principio della uguaglianza fondamentale degli uomini e della libertà di ognuno all’associazione, alla propaganda, all’esplicazione del proprio pensiero politico. La democrazia ordinaria è troppo debole e incline a essere sopraffatta dalla forza del danaro o dalla pressione di gruppi organizzati che non sono la espressione della maggioranza; essa da luogo così alternativamente a regimi neo assolutisti o a stati di massa, entrambi ugualmente lontani dal rispetto della libertà della persona umana (...).
UNA SOCIETÀ CRISTIANA
(...)È accettabile il fine comunista? Asseriamo di no, perché ignora la persona umana, disconosce la trascendenza, non riconosce l’influenza spirituale indiretta dei mezzi impiegati, onde tradendo passo passo, come tradisce, la libertà, è destinato a tradire il conclamato fine della libertà stessa. Sono (politicamente) accettabili gli ideali dei socialisti e dei cristiano-sociali? Nemmeno, perché non sono definibili, e come può volersi una cosa senza forma concreta? Noi abbiamo indicato il nostro fine: lo stabilirsi di una autentica civiltà cristiana. E definiamo con precisione questo tipo di civiltà come armonica sintesi di valori scientifici, sociali, estetici; proclamammo il primato dello spirito sulla materia e la conseguente sottomissione dell’economia e della tecnica ai fini e ai criteri politici; infine dichiarammo che l’inverarsi di una tale società non poteva (di necessità) essere disgiunto dall’idea di una comunità concreta. L’analisi della struttura politica dello Stato ci permise di suggerire a quali forme e a quali corpi - tradizionali e non tradizionali - dovesse essere affidata nella Comunità, nella Regione e nello Stato, la difesa e l’ascesa di ciascun valore. Solo così uno Stato rivolge una società verso fini spirituali e la lascia libera di esprimersi e di espandersi secondo il disegno che non appartiene già allo Stato, ma all’ispirazione degli uomini, cioè alla provvidenza di Dio. Si tratta di comprendere che ogni funzione politica: giustizia, lavoro, urbanistica, economia, pubblica istruzione, ecc., ha regole sue proprie, ciascuna rivestendo, da un punto di vista politico, speciale fisionomia ai fini della preparazione culturale e della legittimità politica degli organi di rappresentanza e di governo. Per questo, ogni funzione politica ha uno speciale ed empirico rapporto tra talune discipline scientifiche e la vita. Tale pluralità di funzioni, di conoscenze, di esperienze, deve essere condotta ad unità da una vasta ed uniforme preparazione culturale, attivata da un ideale sostanzialmente omogeneo (l’idea di una società cristiana). Una comunità concreta, a base territoriale, con l’ordine funzionale danno luogo alla nuova democrazia integrata. Questi, opportunamente impiegati, i tre principii necessari a creare l’ordine nuovo.
TUTTO IL POTERE ALLE COMUNITÀ
La nostra formula sarà semplice: tutto il potere alle Comunità. Ma questa semplicità è solo apparente, perché è in noi la coscienza della vastità dei problemi organizzativi, la necessità di costruire uno Stato che pur essendo più aderente e sensibile alla volontà popolare sia veramente in grado di affrontare i compiti e le esigenze di una situazione che sembra ormai irresolubile. Allora la formula: tutto il potere alle Comunità, non sarà uno slogan demagogico, né un motivo di propaganda politica, ma il modo in cui il nuovo Stato e la nuova Società potranno crearsi.(...) Così come si svolge ora, la democrazia impegna gli uomini in una lotta indubbiamente necessaria, ma sterile, contraddittoria, incapace di raggiungere un vero equilibrio creativo. Oggi essa conduce, piuttosto che a sostenere delle riforme, alla difesa della volontà di predominio dei due grandi dogmi impegnati in una lotta senza quartiere. Nello schema della Comunità, i centri comunitari - che ne sono le cellule democratiche - la cultura organizzata, le forze del lavoro, creano, insieme, le Comunità: le Comunità daranno luogo allo Stato; la politica si svolgerà nell’interno delle istituzioni. Non vi saranno altri poteri a contestare e contendere il potere dello Stato. Al sistema dei due partiti, uno di conservazione e uno di progresso, al loro alternarsi al potere - che una dottrina politica ortodossa, che noi pensiamo superata dal corso della storia, giudica necessarii allo svolgimento normale della vita politica - l’ordine delle Comunità sostituisce due corpi che affondano le loro radici nelle Comunità, capaci di dar luogo a una assemblea unica questa a sua volta scindibile in una molteplicità di corpi specializzati, tutti aventi lo stesso orientamento politico la stessa legittimità dell’Assemblea dalla quale presero origine. (...)
L’ORDINE DELLE COMUNITÀ
(...) Le nostre Comunità appaiono come minuscoli Stati positivamente organizzati, si possono perciò aggregare per regioni e le regioni si aggregano, a lor volta, con una piramide a tre gradini per formare sull’ultimo lo Stato, alla stessa guisa che dei piccoli cristalli si aggregano per fare un cristallo più grande, senza mutarsi né deformarsi. Il quadro generale, lo schema si presenta perciò con la purezza e la perfezione di un cristallo cui forma è determinata con rigore geometrico dal natura. Il concetto è complicato e non possiamo soffermarci più a lungo: abbiamo detto che nell’ordine delle Comunità lo Stato è severamente organizzato con rigidi criteri, ma a uno scopo solo: affinchè la società sia libera. (...) Così lo Stato sarà un mezzo affinchè la Società si esprima liberamente. Se l’ordine dello Stato è sottoposto a speciali misure, a speciali rapporti, come la metrica rispetto alla parola, la società potrà esprimersi in sintesi spirituale. In questo solo caso si da luogo a una vera civiltà, in quanto questa esige e presuppone, per attuarsi, sintesi e completa armonia dei valori. (...) Abbiamo pensato all’ordine politico delle Comunità come ad un sistema in cui si esprimesse quella stessa armonia e quello stesso equilibrio che spirano dalle composizioni dell’architettura; perciò certo ordine, certa simmetria fanno parte delle cose che abbiamo cercate.
UNITÀ NELLA PLURALITÀ
Noi domandammo al nostro sistema la segreta armonia dell’unità nella pluralità. Questa affermazione significa che un sistema politico per rispondere alle complesse esigenze della vita moderna, per affrontare quelle molteplici crisi spirituali e morali che hanno colpito la società contemporanea, doveva apparire come un sistema unitario dove ciascun elemento che lo costituisce avesse una vita autonoma, ma ancora organizzata in vista del tutto. Orbene, queste formulazioni teoriche non sono affatto pura esercitazione retorica, ma hanno un continuo riferimento nell’azione politica. Il non aver capito l’essenza e l’importanza della formula «unità nella pluralità», principio giuridico teorico ben noto ai filosofi del diritto, è la causa dell’estrema leggerezza con la quale lo Stato italiano del dopoguerra ha applicato e sta applicando il regionalismo, permettendo degli statuti regionali non unificati. I nostri parlamentari non brillano di eccessiva cultura politica e non siamo molto lontani dal vero asserendo di trovarci in una situazione non del tutto dissimile da quella in cui ci troveremmo in un ospedale dove la nostra salute dipendesse invece che da medici usciti da regolari università, dalla competenza di modesti, autodidatti infermieri. I nostri costituenti hanno fatto omaggio a una pretesa pluralità, ma non hanno capito che l’unità era solo perseguibile con l’eguaglianza delle costituzioni regionali. Non si accorgono che compromettono anche la libertà, perché le regioni e lo Stato, non avendo più la possibilità di legami organici e precisi, vivranno di vita separata che le impoverirà spiritualmente perché esse non troveranno più nelle sollecitazioni degli altri gruppi quei motivi di progresso, quei fermenti, quelle tensioni così necessarie allo sviluppo di una civiltà che non è né isolamento né cieca sottomissione.
LA NOSTRA PICCOLA PATRIA
Cos’è dunque la nostra Comunità? È il luogo d’incontro del tuo prossimo. (Ricordate bene: il vostro prossimo è quello che potete e dovete soccorrere perché il destino l’ha posto davanti a voi, perché l’avete incontrato). Ma nella solidarietà che ti unisce al tuo fratello germano, al tuo fratello Veneto o calabrese, ed al tuo fratello più lontano, di altra razza e di altro popolo, vi sono legami, dei fili invisibili che non sono uguali perché corrispondono a tre differenti comunità viventi: la famiglia, la patria e la società universale. Ma tra la famiglia e la patria c’è un vuoto, un vuoto che deve essere richiamato alla vita. È quello di una piccola patria intorno alla città natale, lo spazio vitale dove si esprime la nostra vita sociale, la natura che ci è intorno, monti, colline, campagna. Questa, l’abbiamo già descritta, è la nostra Comunità. Questa piccola patria non è riconoscibile ovunque, perché la città ha ucciso la natura con una separazione che non può più a lungo continuare. Perciò la Comunità è storia che si fa ogni giorno ed un giorno sarà cosa viva, quando avrà operato a lungo nelle coscienze ove alberga già in potenza il desiderio di verde e di pace del desolato uomo moderno, quando avrà anche operato nella materia costruendo unità residenziali e villaggi nuovi che gli architetti hanno progettato per avvicinare la natura alla vita. Ma la Comunità sorta come un ingranaggio amministrativo avrà anche vita spirituale nell’esercizio della solidarietà e della fratellanza, quando sarà ed allora soltanto veramente «una comunità cristiana».
Inserito da: Veronesi in data 21/4/2007, 20:22
Scritto in Toscano per la parte Federalismo di Internet Padano
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