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Lingue minoritarie: patrimonio da salvare per l´Europa

di Alboin da Terra Insubre n18, maggio 2001


Se lo Stato Italiano fatica a riconoscere le lingue locali-anche a causa di un clima ideologico fondato sulle mezogne cultural-unitarie di matrice giacobina, il consiglio d'Europa ha invece adottato una raccomandazione ufficiale diretta agli stati membri per la salvaguardia e la tutela degli idiomi minoritari. Questa Raccomandazione ufficiale n.928 (7 ottobre 1981) scaturisce direttamente dal rapporto Cirici-Pellicer che ha avuto il merito di eseguire un seppur limitato censimento delle lingue e dei dialetti (che poi sono ancora lingue) minoritari della terra d'Europa. Ne è scaturita quindi una lista di idiomi che opera da cassa da risonanza attraverso gli appelli che le varie comunità lanciano nella salvaguardia di quelle peculiarità caratteristiche di ogni singolo territorio tra cui le lingue parlate dai vari gruppi etnici.
Ma andiamo per gradi e analizziamo il rapporto Cirici-Pellicer titolato "sui problemi educativi e culturale delle lingue minoritarie e dei dialetti d'Europa": Il rapporto esordisce ribadendo l'importanza del mantenimento e dello sviluppo delle culture europee nonchè delle identità linguistiche per l'affermazione dell'Europa e della sua idea. Si raccomanda inoltre che la commissione dei ministri esamini l'eventualità che i vari governi istituiscano misure più appropriate per quanto riguarda la graduale riadozione delle lingue materne.E questo sotto vari aspetti: dal punto di vista scientifico grazie allla graduale riadozione della toponomastica basata sull'idioma originario di ogni singolo territorio, indipendentemente dalla sua grandezza in termini geografici; da un punto di vista umano l'adozione graduale della lingua madre (o dialetto locale) per l'educazione delle nuove generazioni; da quello culturale il rispetto ed il supporto ufficiale delle autorità affinché le lingue locali vengano utilizzate negli specifici territori ed insegnate nelle scuole superiori; da un punto di vista politico l'utilizzo e la possibile adozione della lingua locale a livello amministrativo come unica lingua ufficiale o a pari diritto con la lingua ufficiale dello stato.Nel rapporto viene altresì specificata la natura di salvaguardia delle lingue locali parlate delle minoranze mentre non si pone l'accento al problema delle lingue parlate dai lavoratori immigrati.Ci si limita solamente a suggerire alle autorità statali un approccio più serio possibile e comunque sempre subordinato alla salvaguardia delle minoranze autoctone.Ne deriva quindi un monito per le nostre autorità che sembrano più interessate a promuovere le lingue degli immigrati del Maghreb o dell'Albania, forse in vista di una deriva a sud della penisola, piuttosto che gli idiomi naturali di chi ha provveduto alla costruzione di questo Stato e di questo benessere.
Il documento della Commissione Europea elenca poi una serie di fatti storici di importanza rilevante per ciò che potremmo definire la guerra alle lingue minoritarie. L'Editto di Villers-Cotterêts (1539) con il quale il francese venne imposto, sostituendosi al latino, in tutti i contesti della vita politica e legale favorendo così il declino tra l'altro di lingue importanti come la "lingua d'oc" che era parlata allora su un vastissimo territorio e che era portatrice di una delle letterature più antiche e prestigiose alle quali la terra d'Europa avesse mai dato i natali. L'arrivo dei Borboni in Spagna con il susseguente apporto del concetto dell'unità della lingua che con l'imposizione del castigliano diede un colpo, per fortuna non mortale, al catalano che sino a quel momento era stata la lingua ufficiale in Catatonia a Valencia e nelle isole Baleari. Allo stesso modo la rivoluzione americana e la Convenzione Francese (1792-95) con la loro confusione dell'idea di Stato e Nazione favorirono ulteriormente la negazione delle singole nazioni e la ghettizzazione delle loro lingue in nome di un soggetto nella teoria più alto. Lodevole poi l'accenno alle due eccezioni che seguendo direttive differenti: l'impero Austro-Ungarico che mantenne il latino come lingua ufficiale rispettando in questo modo le varie culture che componevano il proprio territorio e la Svizzera che in maniera opposta riconobbe e tutt'ora riconosce le lingue delle comunità facenti parte i propri territori partendo dal principio cujus lingua, ejus lex. Il rapporto passa poi ad una veloce analisi della situazione linguistica in tempi più recenti; alla rinascita della presa di coscienza nel periodo del romanticismo; al fatto di come il fattore linguistico fu preso come giustificazione nel ridisegnamento dell'Europa orientale a seguito della prima guerra mondiale e come fu invece ignorato, a proprio vantaggio, dalle potenze dalla parte occidentale e come, ai nostri giorni, per la prima volta, la questione potrebbe essere considerata pacatamente in termini di giustizia, equilibrio e sviluppo culturale. In tale senso vengono elencati importanti passi già presi da singoli stati in questa direzione. Alla fine del rapporto si sottolinea la sostanziale analogia fra i termini lingua e dialetto essendo il primo esclusivamente una convenzione sociale; un dialetto scelto da una cancelleria o da un esclusivo gruppo di scrittori che ne decidono l'utilizzo elevandolo quindi allo status di lingua.
Elenchiamo qui sotto le lingue padane riconosciute:
IN QUESTO PUNTO ANDREBBE UN RIQUADRO CON LE LINGUE RICONOSCIUTE DAL RAPPORTO.
Quale raccomandazione scaturisce quindi da questo rapporto?
L'Assemblea del Consilio d'Europa considerando che il rispetto e lo sviluppo delle culture europee sono particolarmente importanti per lo sviluppo del concetto stesso d'Europa ha fatto proprie le raccomandazioni del rapporto Cirici e consigliato gli stati membri a:
implementare le misure di graduale adozione delle corrette forme toponomastiche dei singoli territori a lato di quelle accettate razionalmente; impiegare i dialetti a livello orale nell'educazione prescolastica, utilizzando la madre lingua standardizzata nell'educazione primaria e susseguentemente introdurre progressivamente la lingua dello Stato alla pari con la lingua madre; favorire e rispettare l'utilizzo della versione standardizzata della lingua minoritaria nei mass media locali e nell'educazione superiore; adottare la lingua locale dalle autorità quale lingua ufficiale o co-ufficiale. Tali raccomandazioni, a distanza di vent'anni, sono state fatte proprie in toto o in parte solo da alcuni stati membri, in special modo nord-europei con poche pregevoli eccezioni al sud (vedi l'invidiabile modello spagnolo). Sono invece rimaste lettera morta per gli stati più centralisti tra i quali la Francia e l'Italia. E di mesi fa il riconoscimento mascherato di alcune lingue minoritarie fatte dallo Stato italiano ma siamo ancora ben lungi dal considerare questa "ammissione" un modello di democrazia e di civiltà, essendo state riconosciute solo le lingue di piccole comunità che certamente attraverso questa dichiarazione non pongono problemi di alcun genere alle istituzioni. Vengono lasciate fuori criminalmente le tre grandi lingue padane descritte nella raccomandazione Cirici-Pellicer, ossia il piemontese, il meneghino (che possiamo considerare sotto altro nome lombardo-occidentale) e il veneto, senza però dimenticare anche tutti gli altri blocchi linguistici con pari dignità (tipo il ligure, il lombardo orientale, l'emiliano etc.) e che erroneamente mancano anche dal suddetto rapporto. Un'altra grossa occasione persa dallo Stato italiano per porsi agli stessi livelli di civiltà delle altre nazioni nord-europee.




Inserito da: Veronesi in data 26/8/2003, 19:42
Scritto in Toscano per la parte Lingue di Internet Padano

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