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Il Galloromanzo in Sicilia: quando erano i lombardi ad emigrare

F. Ciantia


http://www.iti-itas.com/galloitalico

Piazzesi e Aidonesi fin dalle prime volte che ci siamo affacciati fuori dal nostro piccolo distretto, ci siamo sentiti chiedere dai siciliani: "Ma da dove vieni?" e alla risposta "Dalla provincia di Enna" , li abbiamo sentiti replicare perplessi "Eppure non sembri siciliano! ".
- Non sembri siciliano -, ci hanno detto anche fuori dalla Sicilia e non si capiva bene se voleva essere un complimento. Certo è che anche l’ascoltatore meno attento percepisce nella parlata, anche italiana, di un parlante galloitalico qualcosa di diverso, di poco siciliano; sarà, il timbro vocalico, l’incertezza con cui pronuncia le vocali atone, la "e" soprattutto, o le consonanti doppie che rende lene e le lene che raddoppia; sarà la cadenza, forse priva di quella musicalità o cantilena che caratterizzano la gran parte dei dialetti isolani. Quello che è certo è che minimo ti prendono per sardo, ma siciliano mai.

La curiosità di capire l’arcano mi spinse, ancora matricola universitaria, ad approfondire gli studi di glottologia e dialettologia che mi fecero "scoprire" le nostre origini "nordiche" e capire, ad esempio, perché Vittorini in Sicilia scriveva di avere incontrato il gran lombardo, al bivio tra Aidone e Piazza Armerina.

Sì perché la stranezza dei dialetti di Piazza Armerina e Aidone, ma anche di Nicosia, di Sperlinga, di San Fratello, e in misura minore di altri paesi, trae le sue radici dai dialetti dell’Italia Settentrionale, dal Monferrato all’Emilia, nell’area appunto dei cosiddetti dialetti gallo-italici; quelli che oggi parliamo sono il risultato di vari processi di integrazione e di adattamento dell’originario gallo-italico con i dialetti siciliani con i quali veniva a contatto o era obbligatorio confrontarsi. La differenza tra i vari dialetti gallo-italici sta proprio nel grado di integrazione , di apertura o addiritura di cedimento al siciliano egemone.

Certo si deve imputare a ciò se da sempre i gallo-italici di Sicilia hanno sviluppato una forma di bilinguismo, per cui parlavano il dialetto stretto, o vernacolo, in ambito familiare e rurale, ma usavano una forma sicilianizzata per farsi capire dai forestieri. Questo fenomeno, documentato in Aidone e a Piazza Armerina già agli inizi del secolo scorso e forse ancora prima, ha interessato di meno gli altri tre comuni dove la gente orgogliosamente continua a parlare la forma che noi chiamiamo "vernacolare", alla quale adegua anche i termini più moderni e tecnologici.

Ma è risaputo che per fumo non ci batte nessuno e così, per studiare il piazzese o l’aidonese, bisogna improvvisarsi archeologi, mentre per il nicosiano o il sanfratellano basta saper ascoltare e registrare.





Inserito da: Veronesi in data 20/11/2003, 19:32
Scritto in Toscano per la parte Lingue di Internet Padano

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