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Storia

Il disastro della diga del Gleno del 1923

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Abbiamo scoperto che anche in Lombardia ci fu una tragedia uguale se non peggiore di quella occorsa per la diga del Vajont in provincia di Belluno.
La tragedia ebbe come scenario la Val di Scalve in provincia di bergamo al confine con la Provincia di Sondrio, sotto le pendici del fiume Gleno.
I resti della diga esistono ancora e sono davvero spaventosi. Li si può raggiungere anche oggi inerpicandosi faticosamente lungo un sentiero sul Monte Gleno.
Diga di Gleno, 1° dicembre 1923.

Sono le 7.15 del mattino quando il guardiano, che si trova ai piedi della diga, in corrispondenza della sua parte centrale, ode come un precipitare di sassi. È l'inizio del crollo. Il guardiano riesce a stento a rifugiarsi sul tratto di diga impostato sulla roccia, l'unico a restare intatto, quando da uno degli speroni si apre una vasta fenditura longitudinale: crolla il pilone centrale. Un enorme volume d'acqua, cinque milioni di metri cubi, precipita violentemente da una altezza di oltre sessanta di metri, svuotando l'intero bacino in meno di un quarto d'ora e riversando acqua e melma nella valle sottostante. In pochi attimi, persone e case vengono cancellate, così come le comunicazioni con la valle. Dopo il primo boato, tutto tace, mentre la massa d'acqua prosegue la sua letale corsa verso Bueggio, poi verso la centrale di Povo, e poi a Valbona, verso il ponte del Dezzo e verso il santuario della Madonna di Colere. L'enorme massa che scende dal Povo si schianta contro la montagna sottostante il paese di Azzone e rigettando indietro le acque del Dezzo provenienti da Schilpario, forma un bacino mortale nella plaga di Dezzo.
A seguito di questa tragedia, moriranno cinquecento persone.

L'impianto idroelettrico del Gleno era stato ideato e costruito dalla ditta Galeazzo Viganò di Ponte Albiate e costituiva una delle costruzioni più moderne e più interessanti del tempo. La ciclopica diga ad archi plurimi di cemento armato, che sbarrava il cosiddetto primo piano di Gleno situato a circa 1500 metri sul mare, era nata per raccogliere i torrenti Povo, Nembo ed affluenti. L'immane sbarramento, che raggiungeva la quota di 1548 metri, era lungo 260 metri, di profondità variabile e con una capacità di 5-6 milioni di metri cubi di acqua al massimo invaso.

La massa acquea con un primo salto di circa 400 metri alimentava la centrale di Bueggio, indi, con un altro salto, quella di Valbona, producendo una energia di oltre 5000 cavalli vapore. Dovevano completare l'impianto altre deviazioni secondarie dei torrenti Tino e Nembo. Costituita di due parti, la diga del Gleno comprendeva un tampone in muratura, che chiudeva la stretta del torrente, cioè la spaccatura inferiore della roccia, e una serie di 25 archi in calcestruzzo armato, alcuni centrali, presso il tampone, gli altri laterali, infissi nella roccia viva dei due fianchi della vallata.

Era l'unico esempio al mondo di diga mista a gravità e ad archi multipli.
A tragedia avvenuta, a seguito delle indagini aperte per chiarire le cause del crollo, una perizia stabilì che queste erano riconducibili a tre fattori concomitanti, ossia all'insufficienza statica della muratura di fondazione; alla insufficiente resistenza e dimensione di questa compagine muraria rispetto agli sforzi diretti ed indiretti sotto forma di sottopressione, che la spinta idraulica a serbatoio colmo poteva generare; alle incerte superfici di appoggio sulla roccia ed alla soluzione di continuità formata dalla galleria di fondo, che hanno ad un certo punto annullato le attitudini di resistenza delle fondazioni murarie. In pratica il tampone, costruito con un impasto mal connesso di malta, era fatto male e presentava perdite di acqua in continuo aumento, mentre la muratura stessa, fatta con calce locale "dolce", oltre a non offrire alcuna presa, con la sua porosità assorbì una quantità tale d'acqua da crollare su se stessa.

Durante l'istruttoria si dice che si seppe che i materiali utilizzazi per la costruzione erano scadenti (non utilizzavano cemento), ma che gli operai che osavano fare le proprie rimostranze venivano licenziati in tronco. Si seppe anche che la diga veniva riempita mano a mano che veniva costruita, senza aspettare che i muri si asciugassero. Si seppe che il guardiano aveva già da tempo informato la direzione dei lavori che la diga presentava delle infiltrazioni di acqua che aumentavano sempre di più.

Elenco dei siti collegati
http://www.valdiscalve.bg.it/vivere_la_natura/la_diga_del_gleno.htm
http://www.intercam.it/tomo/storia/dopog.htm






Inserito da: Veronesi in data 7/10/2003, 22:58
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